mercoledì 28 gennaio 2009

Stando in casa andando per la via, ripetetele ai vostri figli

« La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati. »

Ieri era la Giornata della Memoria. Ieri non ho voluto scrivere perché sentivo che il mio ricordo sarebbe stato inadeguato, piccolo nel mare di celebrazioni, mi sarei sentita uno stornello tra tanti vuoti monumenti. E poi perché per me non può esserci una giornata della memoria. O meglio, sono felice che ci sia, ma il fatto che si sia deciso di istituzionalizzare una giornata per ricordare tutte le vittime dell’Olocausto mi fa capire quanto sia difficile ricordare in una società scandita da fatti, da momenti. Il ricordo di pochi minuti nella pausa tra un’ora di lezione e l’altra, così era vissuta la giornata della memoria quando andavo a scuola. Nulla di più. E’ evidente che era necessario riconoscere questa giornata, ma proprio per questo motivo sento che questo non può essere il solo modo di ricordare. Ciò che mi spaventa è che la memoria di Auschwitz non sia qualcosa di acquisito, ma che debba essere continuamente messa in discussione, che ci voglia una giornata per il ricordo tra tante giornate del non-ricordo o peggio ancora della negazione. Mi spaventa che il ricordo di quei giorni sia lasciato a quei pochi testimoni ancora in vita, che solo in tempi abbastanza recenti si è voluto ascoltare. Prima trattati come qualcosa di fastidioso, da dimenticare. Perché la memoria di quei fatti è fastidiosa, è scomoda, perché ci coinvolge tutti, perché non ci lascia tregua e ci costringe a riflettere e a vedere quanto vicino sia il limite e quanto poco basti per raggiungerlo.
Ieri ho visto il filmato di Lucarelli sul treno della memoria che porta ogni anno dei ragazzi del liceo a conoscere con i propri occhi e il proprio cuore la realtà di Auschwitz. Io questa scuola non l’ho mai vissuta. La mia scuola mi ha colpita per la sua freddezza, perché anche in quei pochi momenti nei quali ci era richiesto di ricordare, bisognava affrettarsi, verso l’ora di greco o fisica. Quindi ammiro quegli insegnanti che con coraggio e tenacia propongono questi percorsi, non lasciandosi ingabbiare da programmi e pagelle e che credono ancora in una scuola alla Don Milani, una scuola del “me ne importa”, “mi sta a cuore” e non del “me ne frego”. E’ triste che questo sia lasciato all’iniziativa dei singoli.
La parola “Memoria” mi trasmette un senso di ripetitività, di quotidianità. Qualcosa da preservare, da coltivare, lentamente, giorno dopo giorno. In questo momento per me coincide con la lettura delle testimonianze. In futuro spero di poter passare il testimone ai miei figli, con la coscienza di essere una persona e ancora più, una donna e una madre. Raccontando l'olocausto non da "testimone" perché solo chi è stato ad Auschwitz può esserlo e vivendo con coerenza, sostenendo il peso della memoria, per tornare a credere davvero in un orizzonte di pace.
Credo che siano i piccoli gesti, le azioni quotidiane a contare di più. Quando ero piccola, in molti mi chiedevano perché mi chiamassi “Sarah con l’acca”. I miei genitori mi hanno sempre detto di avermi chiamato Sarah perché, essendo un nome biblico molto comune tra le bambine e le donne ebree deportate, potessi far rivivere il loro ricordo in me. Non è una spiegazione facile da dare, soprattutto da bambine, ma ne vado orgogliosa perché questo è stato il loro modo di passare a me il testimone, e così la memoria si è radicata in me, giorno dopo giorno.
Allora, dopo questo ricordo forse troppo personale per il blog del coordinamento, vi lascio riportando per intero la poesia di Primo Levi che l’altro giorno avevo lasciata accennata.

“Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per la via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.”

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