giovedì 26 febbraio 2009

Gideon Levy (giornalista israeliano): Il tempo delle domande

Con questa guerra, come con ogni guerra, sulla terra è calata la notte sullo spirito umano.
Un editorialista, probabilmente illuminato, ha descritto le terribili colonne di fumo nero che s’innalzano da Gaza come “immagini spettacolari”. Il viceministro israeliano della difesa ha
dichiarato che i numerosi funerali che si svolgono a Gaza sono la dimostrazione dei “traguardi raggiunti” da Israele.
Un giornale ha titolato a tutta pagina “Le ferite di Gaza”, riferendosi ai soldati israeliani feriti e ignorando vergognosamente le migliaia di palestinesi che, negli ospedali di Gaza, non possono essere curati. Alcuni commentatori che evidentemente si sono sottoposti al lavaggio del
cervello si compiacciono dell’immaginario successo dell’incursione a Gaza. Molti soldati che devono aver subìto lo stesso lavaggio del cervello si esaltano al pensiero di andare in battaglia a commettere stragi (e forse, non voglia il cielo, anche a morire) cancellando dalla faccia della terra famiglie intere, comprese donne e bambini.
Immagini spaventose fanno pensare al Darfur e invece vengono dall’ospedale Al Shifa, a Gaza. Mostrano dei bambini moribondi sdraiati sul pavimento.

E la risposta patriottica è il grido: “Hip, hip, urrà! Ben fatto!”. Piangi, amato paese: questo non è il mio patriottismo, che pure è patriottismo profondo. Anzi, le reazioni rabbiose a ogni tentativo di critica mi fanno sorgere il sospetto che forse alcuni israeliani sanno, in fondo al loro cuore indurito, che sotto i loro piedi sta bruciando qualcosa di terribile, che una vasta esplosione minaccia di squarciare la fitta nebbia in cui sono avvolti.
Una nebbia che inebetisce, distorce e offusca. Forse non siamo nel giusto come tutti ci assicurano dal mattino alla sera, forse qualcosa di orribile sta succedendo di fronte ai nostri occhi chiusi. Se
davvero gli israeliani sono così sicuri di combattere per una giusta causa, perché mostrano un’intolleranza così violenta verso chiunque provi a esprimere un parere diverso? Questo è il momento di fare critiche: non potrebbe esserci un momento più adatto.
È il momento giusto per le grandi domande, quelle fatidiche, decisive. Non dobbiamo
limitarci a chiedere se una strategia è giusta o no, o se stiamo facendo progressi “secondo i piani”. Dobbiamo chiedere anche cosa c’è di buono in quei piani. Dobbiamo chiedere se la decisione di cominciare la guerra sia stata un bene per gli ebrei e per Israele, e se l’altra parte coinvolta in questo conflitto se lo meriti davvero. Sì, fare domande su chi sta dall’altra parte è permesso anche in guerra, o forse soprattutto in guerra. Bisogna sapere che i “bambini del sud” non sono soltanto i
bambini che abitano a Sderot, ma anche i bambini di Beit Hanun, che hanno un destino infinitamente più amaro.
Provare vergogna e senso di colpa alla vista dell’ospedale Al Shifa non è tradimento: è semplice umanità. Interessarsi alla sorte delle vittime, chiedere se le loro sofferenze siano davvero inevitabili, sagge, giustificate, morali e legittime è assolutamente necessario.
Chiedere se le cose potevano andare diversamente. Chiedere se non sarebbe stato più opportuno provare una lingua diversa da quella della violenza e della forza, l’unica lingua con cui siamo bravissimi a comunicare. (...)
Questo è il momento dei mezzi d’informazione indipendenti, umani, ragionevoli, e non solo di quelli insensibili, bestiali e ciechi.
Questo è il momento di una stampa che scrive la verità tutta intera, e non solo la verità unilaterale della propaganda. (...) Questo è il momento in cui il patriota dice “Basta”.
Al buio un segnale d’allarme è comunque un allarme, anche se le tenebre in cui abbiamo gettato Gaza sono niente in confronto al buio fitto e nero che è calato su Israele.

0 commenti:

Posta un commento